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Non basta la convenzione per riformare le cure primarie

Pubblicazioni - 25 Settembre, 2016

Articolo a cura di Bruno Agnetti

Pubblicato su Quotidiano Sanità il 25 ottobre 2016

declino cure primarie

25 OTT – Gentile direttore,
qualche giorno fa Il DG delle Professioni  Sanitarie del Ministero della salute Rosanna Ugenti ha riconosciuto  la necessità di un riordino delle cure primarie territoriali (dopo il riordino degli Ospedali) previa l’adozione di modelli in grado di garantire la sostenibilità.

A commento di questi autorevoli concetti pare opportuno poter estendere l’argomentazione  a qualche  tesi nodale emersa clamorosamente in questi anni di trattative per quello che viene definito in modo non appropriato “riordino delle cure primarie attraverso il rinnovo dell’ACN”.

Che qualche cosa di scomposto sia stato presentato sul tavolo delle trattative deve pur esserci se dalla aggrovigliata legge Balduzzi  del 2012 (tentativo instabile ma istituzionalmente corretto di affrontare una riforma sul riordino delle  cure primarie  attraverso una legge o un decreto) nonostante l’intervento  per districare la matassa compiuto  dal Patto della Salute  del 2014 (senza forza  legislativa) i tempi si sono dilatati a tutt’oggi ( 2016) e  alcune menti illuminate prevedono, alle condizioni attuali e per i contenuti più volte ripresentati dalla parte pubblica, tempi per nulla immediati.

Si possono all’uopo considerare solo due temi tra i tanti a disposizione e di analogo valore.

In tempi di globalizzazione non è avveduto pensare che il riordino delle cure primarie territoriali (che non riguarda solo la medicina generale ma tutta l’area della convenzionata, del territorio  fino all’ospedale se si vuole realizzare l’ integrazione e la sua complessità  come elemento indispensabile per una riforma  moderna in grado di dare risposte all’epidemia della cronicità e delle varie forme di fragilità)  possa realizzarsi attraverso la stipula  di  un ACN. Una Convenzione  (o ACN)  dovrebbe rappresentare  un insieme di normative “convenzionali” inerenti i rapporti  tra le richieste  che lo stato presenta ai liberi professionisti  e i loro oneri a fronte  di un regolamento  funzionale e  di una remunerazione concordata.

Una riforma (ad es.: un riordino delle cure primarie territoriali, una strutturazione dell’integrazione  multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale  a gestione  della complessità,  una sistematica modalità per far fronte alla fragilità e alle cronicità, una integrazione ospedale-territorio)  può essere originata  solo da una Legge, da un Decreto Interministeriale o da un DPCM.  All’interno di una reale  riforma è possibile, come  già ricordato,  ritrovare risorse fresche e reali previo l’essenziale  inserimento  nella Legge di Stabilità di un comma relativo alla possibilità di utilizzare  lo strumento dei Fondi di Rotazione  anche per le cure primarie:  l’Unione Europea ha accettato che i Fondi di Rotazione  possano essere utilizzati anche per i servizi  e non solo per le strutture e la Cassa Depositi e Prestiti  è stata riformata  nel luglio 2015  proprio a questo scopo.

Questo tipo di sostegno economico alla riforma del SSN e nello specifico  al riordino  delle cure primarie  non graverebbe sul bilancio dello stato in quanto,  dagli studi  eseguiti e dalle proiezioni,  l’intera somma utilizzata verrebbe restituita  nel periodo di 6-8 anni. A fronte di questo impegno si realizzerebbe sul territorio nazionale una uniformità di performance, di comportamenti  e di apprendimenti  destinati a produrre un considerevole risparmio generale  e quindi una forte sostenibilità del nostro SSN.  Sono forse maturati i tempi per affiancare la Formazione Continua  ECM all’apprendimento ( per adulti)  svolto  nell’attività di team multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale che deve essere accreditata  al 100% degli ECM  in grado di assicurare  appropriatezza e adeguatezza prescrittiva  in tempo reale e raggiungimento degli obiettivi anche economici  aziendali.

La questione generazionale. Qualcuno ha definito questa problematica “conflitto generazionale”.  Dal 2012  (legge Balduzzi) si argomenta di ruolo unico senza poi definire nei particolari cosa si intenda concretamente per ruolo unico. Le proiezioni Enpam hanno già da anni dimostrato come dal 2017  diventerà critica la copertura assistenziale  da parte della medicina generale territoriale  se non si facilita l’inserimento immediato (nello stesso anno del  conseguimento  il diploma) dei medici che escono dalla scuola di formazione in  medicina  generale senza l’irrazionale attesa  di un anno.  
Così come dev’essere data la priorità  agli stessi medici che frequentano il Corso di Formazione  in medicina generale  per  il servizio una volta denominato e conosciuto da tutti gli assistiti come Guardia Medica ma che oggi  viene istituzionalmente definito  Continuità Assistenziale. E’ anche possibile che la mancata programmazione di copertura assistenziale territoriale  adeguata, in tempi di globalizzazione e di cronicità in crescita esponenziale, possa suggerire una qualche forma di affiancamento strutturato  tra medici senior e junior nell’assoluto rispetto delle normative e delle graduatorie.

Bruno Agnetti
Centro Studi  Programmazione Sanitaria CSPS
Sindacato dei Medici Italiani (SMI)
Regione Emilia-Romagna

25 ottobre 2016
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